“He remembers….” in EtherREAL

øjeRum est avant tout graphiste, mais il compose régulièrement depuis 2013. C’est justement en décembre 2013 que le Danois composa cet album, une de ses premières productions, initialement autoproduit, puis édité en 2015 par le label Cabin Floor Esoterica, et réédité donc début 2017 par KrysaliSound. Extrêmement productif depuis 2016, on peut retrouver son travail sur des labels tels que Eilean Rec.Midira Records ou encore Fluid Audio.

He Remembers There Were Gardens est un album simple, composé d’une pièce unique de 30mn. Cette durée est un peu imposée par un film célèbre, La Jetée de Chris Marker dont cette pièce se veut une bande son alternative. On est tout de suite captivé par cette musique qui se construit par de lents accords d’orgues, à la fois doux et lumineux, se prolongeant dans une résonance cristalline. On devine assez rapidement qu’il y aura assez peu de changement durant toute la durée de cette pièce dont les nappes évoquent facilement le va et vient des vagues sur la jetée.
On est parfois surpris par quelques bruitages au second plan, comme s’il s’agissait d’une captation live, dans une église, avec parfois le craquement du bois d’un banc.

La musique se fait toutefois assez variée, changeant régulièrement de tempo, restant scotché sur une même note répétée avec régularité, puis passant à une autre qui subira plus ou moins le même traitement, fluide et glissant vers une autre tonalité. On sera séduit par quelques irrégularités, l’impression de reprises et relances, comme des hésitations, un aspect imprévisible qui donne à cette musique une certaine chaleur.
On ne peut que se laisser bercer par cet album, tant par le choix des sonorités que par le tempo, comme une respiration quand, sur la fin, le jeu boucle sur deux notes, comme s’il s’agissait d’une inspiration et expiration qui ralentiront doucement sur les dernières minutes.

Simple et beau, une musique discrète, pure ambient donc, que l’on pourrait écouter en boucle, sans se lasser.

Link

 

“Night’s highest noon” in SoWhat

Un ideale punto di connessione tra una visceralità primordiale e l’evanescente consistenza di un futuro incerto realizzato attraverso una roboante sequenza di ruvide spirali irregolari. È dalla ricerca di un nuovo lessico risonante che trae origine il primo capitolo collaborativo che vede insieme Masaya Hijikata e Andrea Koch sotto la sigla klās’tĭk, progetto sperimentale incentrato su un fitto incontro/scontro tra trame ritmiche e insondabili modulazioni vocali.

È un universo crepitante, fortemente decostruito, ad emergere dalla congiunzione sinergica degli elementi in gioco, uno spazio sonoro che vede voce e pulsazioni avvolgersi in complessi tracciati dissonanti permeati da una persistente aura solenne. Ricorrenti scie sintetiche si insinuano in questo serrato dialogo fungendo da ulteriore collante capace di conferire densità ai differenti flussi, strutturati seguendo progressioni estremamente convulse e pirotecniche che a tratti convergono verso andamenti ipnotici da nenia fino a divenire allucinato mare di placide frequenze cullanti.

Un lavoro fortemente evocativo, ma sicuramente di non semplice assimilazione che si pone l’obiettivo di individuare le prime tracce di nuove possibili strade da percorrere. Un’esplorazione stimolante.

Link

KS28 Available now

klās’tĭk “Night’s Highest Noon” is now available in store in digital format and digifile cd packaging.

KLASTIK_FRONT_jpg

Listen and buy here

“Night’s Highest Noon” is the debut of duo klās’tĭk based in Berlin/Warsaw. This full-length is the result of two years in studio recording where wordless vocals and drums communicate with each other looking for a new musical language. There is something ancestral in this concept that struck me immediately, something that transported me to the origin of the human being. However, on the other hand, thanks to the use of electronic elements, the architectures of these eight tracks look to the future in a perfect and complex whole.
Masaya Hijikata and Andrea Koch created a unique universe in which it is possible to feel a kaleidoscope of emotions that will hardly leave indifferent.

Krysalisound

“Untitled_VNZ” in Ondarock

Condensare, sintetizzare l’esperienza della città ma anche il “concetto” di Venezia: questo il senso della sigla VNZ nel nuovo “Untitled_” di Federico Dal Pozzo, che dopo il recente “TeVeT” prosegue la sua collaborazione con la Krysalisound di Francis M. Gri.

Elaborando in tempo reale varie sorgenti concrete e field recordings, l’autore realizza con mano sapiente e delicata – seppur decisamente poco ortodossa – un “concerto” acusmatico dedicato a questo scrigno di storia e tradizione, luogo dell’anima che sembra suonare autonomamente la propria sinfonia, “e non c’è mano grande abbastanza da voltare le pagine dello spartito”.

Non poteva essere altro che l’acqua, dunque, l’elemento primario di questa libera astrazione lagunare: stille d’acqua purissima sfiorano la superficie sonora, la accarezzano finché non passano gradatamente allo stato solido, tintinnando e propagando la loro eco tutt’intorno; le onde gentili delle manipolazioni elettroacustiche imitano fruscii di nastri e vecchi vinili; in secondo piano si ripetono i versi di una recitazione sconnessa, come frammenti sparsi di un già criptico monologo beckettiano; un’insistente nota di pianoforte insegue la propria scia in crescendo risonanti alla Charlemagne Palestine.

Al ventesimo minuto sembra chiudersi brevemente il sipario, ma con il reingresso le epifanie strumentali divengono più costanti, benché ugualmente sfuggenti. Si odono i rintocchi di un campanile in lontananza, laddove in superficie acute scie elettroniche vorticano lentamente, fluttuando su un asse verticale lungo tutta la gamma delle altezze.

Superata abbondantemente la mezz’ora, l’atmosfera in prevalenza tonale fa spazio ad aspri ronzii statici in stereofonia, come di vecchi schermi catodici cui non rimane altro che un muto dialogo tra simili – e non è forse vero che quel flusso continuo di sfrigolanti linee bianco-nere somiglia allo scrosciare indisturbato di un fiume in piena?

In questo stesso solco giunge a compimento l’opera, con un finale che stende una sottile patina di rumore bianco, sgomberando il campo da qualunque stralcio descrittivo evocato in precedenza. L’intero excursus finisce col somigliare a un processo di rimozione, anziché a una nostalgica mappatura sonora della città in cui Dal Pozzo è nato: il suo “Untitled”, semmai, raduna impulsi inconsci entro un paesaggio troppo annebbiato e opaco per lasciarci vedere la cartolina di una Serenissima che, in ogni caso, non si può più definire tale. Di quel paradigma romantico, dell’eleganza e prestigio che avrebbe voluto tramandare in eterno, resta oggi soltanto un’ombra.

Link

KS27 – FEDERICO DAL POZZO Untitled_VNZ (ALBUM PREVIEW + VIDEO)

“Untitled_VNZ” is an acousmatic concert dedicated to Venice and its sound. A sound that vibrates of water, stone, re, metal , all of which in a continuous movement of sensorial and mnemonic evolution. Time becomes water that collects re exes of our hearing and later absorbing to design a story of echo in new notions of forms. An orchestrated composition from the city’s topology, a city that makes one think of music papers in a continuously played music: the scores come together like sea waves, the pentagram bars are canals with its numerous “legato” of bridges, of high churches windows, and let’s not forget the violins on the edge on the gondolas. Its Music is bigger than the orchestra, and there is no hand big enough to ip the score sheet.

RELEASE DATE: 24.06.18

“Stilhedens…” in Sherwood

Lasciarsi alle spalle il boato invisibile che tutto assorbe, passeggiare seguendo solo il segnale sonoro, gli occhi chiusi e il passo via via sempre più leggero. Agganciati al segnale acustico non percepiamo più l’assillo della modernità che ci avvolge, ci spogliamo degli apparati ricettivi aggiuntivi e torniamo ad essere ascoltatori unici dell’instancabile respiro della natura che si esprime grazie alla iterazione dell’accordo, nella dolce e delicata ripetizione infinita di un arpeggio per chitarra. Un lavoro di pregiata tessitura elettro-acustica minimale, questo, che segna il ritorno in casa Krisalys del sound artist danese Paw Grabowski, delicato e silenzioso ricercatore di pace

Link

“Stilhedens…” in Fluid Radio

A natural oratory style. An electroacoustic guitar coda. C minor augmented, meet e flattened 5th. At least that’s how initial reaction alludes. On Danish artist Paw Grabowski’s second record for the KrysaliSound label – an unofficial paean to the world of electronicised drone guitar music – lies simplicity in wonderfully interwoven layers of melody, even pulses, mixolydian modes and nodules of noodly Earth-defying anti-war gravity.

Over the course of a grassy 30 minute patchwork of drone moss and figures in the vein of Sawako and Loren Connors, the central chords begin to overlap, break down and blend their tracks, as if part of a massive tape machine. It’s an addictive listen, smooth to the touch and evoking memories of log fires, candlelit suppers or rather in Western worlds munchies at midnight with the heating turned up.

While nothing here reinvents, the wheels are intriguingly oiled with guitar minimalism in mind. Significant effort has been made to dampen play the sonic field rather than overcompress it. This gives the music a tendency to become more than just ambience, because it’s unignorable. Then again, honeyed guitar meanderings were always welcome here…

Link

KS26 Available now

øjeRum “Stilhedens Strømmen I Fuglenes Blod ” is now available in store in digital format and handmade packaging.

Cover

Listen and buy here

For the second time in the label the Danish artist Paw Grabowski aka øjeRum presents a reissue taken from his wide catalogue.
Stilhedens Strømmen I Fuglenes Blod (published as self-release in 2015) is a brave acoustic guitar suite, delicate and magnetic, recorded in a perfect balance between ambient and folk. The result is a spiritual and meditative flow where the listener can dive and let himself be lulled by repeating melodies, evocative small variations and a great hypnotic style. A little pure diamond for the genre that KrysaliSound is proud to publish.

Krysalisound

“Tonal Glints” in A Closer Listen

My sister is my only sibling; I can’t imagine what it would be like to lose her.  Two years ago, James A. McDermid experienced the unimaginable.  The loss of Harriet (1975-2016) left a huge hole in his life, and ever since then music has been his lighthouse in a sea of grief.  Tonal Glints is the second of two albums released in her honor, following last year’s Ghost Folk on Polar Seas.  The new album has half as many tracks but is no less powerful.  It represents a time in which the sorrow has reached the marrow.

McDermid cites Sophie Calle’s Exquisite Pain as one inspiration.  In that multi-media book, the artist pairs photographs with personal answers to the question, “When did you most suffer?”  One of the conclusions she seems to reach is that great suffering can lead to great art (although most would prefer not to have paid the price).  McDermid channels his emotions into his music, and creates an echo of his sister’s life through the lens of loss.

Although primarily ambient, the music touches upon other genres as well, the opening chimes like field recordings, the highlight track “All the shutters are closed” an excursion into drone, the languid “I’ll take one who loves me” beginning like folk music before disintegrating into fog.  But despite the changes in texture and instrument, the pensive tone remains the same.  This is music about getting up in the afternoon when one had planned to get up in the morning, but staying the course long enough to get one little thing done.  It’s music that whispers at a bedside so as not to disturb a loved one’s sleep.  When words do emerge (“Within reach”), they dangle just beyond reach, like reminders in the clouds.  Strangely, the album seems neither mournful nor cheerful, but stuck, attempting to pull its legs from the quicksand of grief.  And yet we know that the album is evidence of the opposite: an artist fighting against torpor and ever-so-slowly succeeding.

Tonal Glints is about Harriet, but also about James, and the ties that bind, even beyond death.  It’s a beautiful testimony about a continuing relationship, one sibling gone and yet not-gone.  We can look through this window and almost see her; but in this case, even a glint is a blessing.  (Richard Allen)

Link